FILCTEM-CGIL

Benvenuti nel sito ufficiale della FILCTEM-CGIL dedicato al comparto chimico e farmaceutico della provincia di Catania. Questo blog è un prodotto amatoriale, non è una testata giornalistica né un prodotto editoriale; ad esso non può essere applicato l'art. 5 della legge 8 Febbraio 1948 n. 47 né, tantomeno, l’art. 1 comma 3, legge 7 Marzo 2001 n. 62, poiché l'aggiornamento dei testi non ha periodicità regolare. Questo sito è espressione ufficiale della FILCTEM CGIL di Catania ed è curato da un apposito Comitato di Redazione in accordo alle linee politiche della Segreteria Provinciale.
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Economia. Mostra tutti i post

lunedì 27 settembre 2010

Contratti: Federchimica, spinte per escludere Cgil


"Se abbiamo ben interpretato le parole del presidente Squinzi, avremmo la dimostrazione del fatto che, anche nel mondo delle imprese, si è tentato di far prevalere prima il pregiudizio nei confronti della Cgil che non la discussione di merito sindacale, che dovrebbe prevalere su tutto". Così il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, commenta le affermazioni di oggi (27 settembre) del presidente di Federchimica, Giorgio Squinzi, in merito a 'spinte per lasciare fuori la Cgil' dal rinnovo del contratto dei chimici.

Secondo Scudiere, inoltre, "se chi ha utilizzato questo pregiudizio capisse che agendo in quel modo non si va da nessuna parte, forse si può riaprire una nuova pagina in cui il rispetto reciproco può far fruttare nel confronto - aggiunge - soluzioni condivise per affrontare i tanti problemi che abbiamo sul tappeto".

Sulla vicenda è intervenuto anche il segretario generale della Filctem Cgil anche il segretario generale della Filctem Cgil, Alberto Morselli: "Le spinte per lasciar fuori la Cgil dal contratto dei chimici? Ne sospettavo …", ha detto Morselli che ha anche sottolineato che "pur essendo consapevole dei rischi a cui andavamo incontro all'indomani dell'accordo separato, ho sempre proposto una strada che evitasse l'arroccamento. Per fortuna anche nel mondo delle imprese – ha concluso il segretario – esistono i galantuomini".

Il presidente di Federchimica, Giorgio Squinzi, aveva ripercorso la trattativa che l'anno scorso ha portato al rinnovo unitario del contratto dei chimici. In particolare, ha dichiarato: "C'erano delle spinte per lasciare fuori la Cgil, io mi sono imputato e ho detto che il contratto doveva essere firmato da tutti".

lunedì 8 febbraio 2010

Da AstraZeneca a Pfizer una raffica di tagli

Il settore della farmaceutica alle prese con la crisi. Dalla AstraZeneca alla Pfizer i colossi delle medicine stanno mettendo a punto alle ristrutturazioni, la cui onda lunga arriva in Italia, dove si trovano le filiali delle multinazionali del farmaco. Il produttore americano del Viagra ha acquistato nei giorni scorsi la concorrente Wyeth per 68 miliardi di dollari, operazione che comporterà però un taglio di 19 mila posti. Disastrose le ultime trimestrali delle due società americane e molti i brevetti di farmaci in scadenza. L'operazione, che il sapore di un'alleanza scaccia-crisi, darà vita a un colosso del settore farmaceutico con un fatturato di circa 75 miliardi, una quota del 10% del mercato biofarmaceutico Usa e del 12% di quello europeo. Le aree terapeutiche saranno cardiovascolare, oncologia, salute della donna, sistema nervoso centrale e malattie infettive. Pfizer ha comunicato uno scivolone del 90% dell'utile netto nel quarto trimestre a 266 milioni verso un anno prima. Pfizer è presente in Italia dal 1955 con tre stabilimenti, ad Ascoli Piceno, Latina e Pisticci. Wyeth Italia ha circa 2 mila addetti, il 60% dei quali impiegato negli stabilimenti di Aprilia e Catania. La casa farmaceutica Astrazeneca inoltre ha annunciato un piano che prevede già il taglio dell'11% della forza lavoro: si tratta di 10.400 posti di lavoro, 8 mila dei quali potrebbero essere tagliati già entro il 2010. Anche qui come per i colleghi americani, il motivo risiede nei dati tirmestrali e previsioni di vendita inferiori alle attese. La Novartis di Siena, azienda del colosso svizzero produttrice del vaccino per l'influenza AH1N1, ha aperto a metà gennaio la procedura di mobilità per 24 addetti, venti informatori scientifici del farmaco (su 27 totali) e quattro lavoratori dell'area commerciale. I vertici della società sono disponibili a trattare sui 10 milioni di vaccino ordinate dal governo italiano e non ancora consegnate. R.EC.
05/02

Anno 2010, la fuga delle multinazionali

ITALIA addio. Le multinazionali se ne vanno o minacciano di farlo: solo nelle ultime settimane ci sono stati gli annunci di chiusure da parte dell'Alcoa, il colosso americano dell'alluminio, e della Glaxo, grande impresa britannica della farmaceutica. L'una con impianti in Sardegna e a Porto Marghera, l'altra con il centro di ricerca a Verona: circa tremila posti a rischio considerando anche l'indotto. Un terremoto ha colpito l'industria mondiale e le scosse sono arrivare anche da noi. C'è un processo globale di riorganizzazione della produzione e le multinazionali (anche la Fiat lo è) sono le prime a potersi muovere scegliendo i nuovi luoghi dove impiantare le fabbriche, spostandosi sui mercati emergenti, sfruttando tutte le possibili opportunità per ridurre i costi.Non c'è un solo motivo per cui si decide di andarsene. L'Alcoa ha denunciato un eccessivo costo dell'energia, la Fiat dice che a Termini Imerese si produce in perdita (mille euro per ciascuna vettura), la Glaxo non farà più ricerca nel settore delle neuroscienze quindi deve chiudere in Veneto (500 addetti più altrettanti nell'indotto) come in Inghilterra (1.200 dipendenti).Regole feroci, che le multinazionali possono applicare sfidando le tensioni sociali e anche i governi. «È fisiologico che accada, non bisogna farne un dramma né pensare che sia in atto una fuga dall'Italia. Queste sono le multinazionali», dice Giorgio Barba Navaretti, professore di economia internazionale all'Università di Milano. Eppure il nostro Paese appare più esposto per le sue carenza strutturali: il peso della burocrazia, il costo dell'energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile.
OAS_RICH('Middle');
Perché è proprio questo che spiega la bassa percentuale di investimenti diretti esteri in Italia: circa il 16 per cento rispetto al Pil, contro una media europea che si avvicina al 40 per cento. Non è l'eccessiva tassazione - dicono i manager delle multinazionali - né la rigidità della manodopera considerata, al contrario, un elemento di forza di quel che c'è del sistema-Italia.L'Alcoa probabilmente resterà ancora tre anni per trasferire poi tutte le produzioni italiane in Arabia Saudita dove sta costruendo un nuovo imponente impianto. Ci si sposta nei nuovi mercati, ma anche all'interno dell'Europa. Nella sua riorganizzazione produttiva la nipponica Yamaha chiuderà a Lesmo in Brianza per andarsene in Spagna. Anche la Nokia, gigante finlandese dei telefonini, ha deciso di trasferire il suo centro di ricerca da Cinisello Balsamo a Dallas, in Texas, non in Vietnam o in India. Ha lasciato Torino anche l'americana Motorola. Perché nelle riorganizzazioni l'abbassamento dei costi si ottiene anche accorpando i centri di ricerca. La nazionalità dei siti produttivi può essere un fattore irrilevante. Così, almeno, spiegano i manager delle multinazionali. «È vero che lo dicono - sostiene Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil - , nei fatti, però, non è così. Due anni fa la Pfizer annunciò la chiusura dei centri italiano di Nerviano (Milano), di Stoccolma e di Boston. Bene: gli ultimi due continuano a produrre. La verità è che si sono mossi i governi, perché un aspetto importante della politica estera è proprio la strategia di politica industriale che non ha questo governo al pari dei suoi predecessori».L'elenco delle grandi multinazionali del farmaco che hanno abbandonato l'Italiaè lungo: dalla Merck di Pomezia, proprio dove è stato scoperto l'"Isentress", considerato decisivo nella lotta contro l'aids, alla Wyeth di Catania, fino alla Pzifer e, appunto, alla Glaxo. Posti di lavoro di qualità scomparsi e investimenti in ricerca finiti in altri Paesi. Un indebolimento complessivo della nostra struttura produttiva. Ma non è fenomeno recente. Prima della grande recessione una ricerca del Centro studi della Confindustria sull'attrattività del Paese concludeva così: «Gli investitori stranieri tendono a trascurare le industrie che, in presenza di un mercato interno stagnante e di una domanda mondiale relativamente lenta, appaiono meno promettenti in termini di sviluppo potenziale». Poca industria, quindi, e più commercio, servizi, trasporti.Ripensamenti anche tra i russi della Severstal che avevano rilevato le acciaierie (un tempo Lucchini) di Piombino. Ora i russi schiacciati dai debiti (intorno ai cinque miliardi di euro complessivi)e dal calo della domanda globale cercano acquirenti. L'obiettivo è andarsene dall'Italia entro aprile: oltre due mila posti di lavoro in bilico.Non tutti, però, fuggono. Giuseppe Recchi è il presidente di un colosso come la General Electric per l'Italia e il Sud Europa. «L'Italia un Paese più a rischio di fuga? No - risponde - perché le multinazionali considerano il nostro Paese non solo come un mercato ma sempre più come un luogo per produrre. Un luogo dove si trova il miglior rapporto costoqualità della manodopera». La General Electric comprò dall'Eni nel 1994 il Nuovo Pignone (turbine e compressori), fu la prima grande privatizzazione. Ed è stato un successo industriale: «Da un giro d'affari di un miliardo di dollari siamo passati agli attuali dieci, con novemila dipendenti», dice. L'"headquarter" mondiale del settore "oil & gas" è stato trasferito a Firenze. Da qui si decide tutto. «L'Italia non è l'ultima arrivata», insiste Recchi. E spiega che ciò che serve per attirare i grandi gruppi mondiali è la «pianificazione delle strategie» nei settori nevralgici, dall'energia alle grandi infrastrutture. Che poi è proprio quello che manca e che spesso porta velocemente alla fuga delle altre multinazionali.
07/02

sabato 19 settembre 2009

Fusioni e acquisizioni nel mondo dell'industria farmaceutica

MILANO (MF-DJ)--Per Credit Suisse la prossima ondata di M&A nel settore farmaceutico sara' trainata da valutazioni sul potenziale aumento dei ricavi, piuttosto che sulla riduzione dei costi. Il comparto e' stato interessato da un'ondata di grosse fusione e acquisizioni, che si concluderanno entro l'anno, tra le piu' importanti Pfizere/Wyeth, Merck & Co/Schering Plough e Roche/Genentech. Sotto queste transazioni l'esigenza delle societa' farmaceutiche di aumentare il volume dei ricavi per attutire le perdite che seguono alla scadenza dei brevetti, per bilanciare la minore produttivita' della R&D, per reagire alla pressione sui prezzi nel mercato Usa e alla piu' lenta crescita dei Paesi emergenti. Nonostante le maggiori operazioni siano state gia' concluse, secondo gli analisti rimangono opportunita' per ulteriori miglioramenti. Per le societa' non ancora coinvolte nel processo di concentrazione rimane da risolvere il problema sulla scadenza dei brevetti, mentre altre compagnie maggiormente diversificate potrebbero beneficiare dell'aumento dei ricavi e ridurre la dipendenza da determinati fattori. La nuova ondata di fusione, quindi, non interessera' grandi acquisizioni, ma sara' trainata dall'interesse di grosse societa' farmaceutice e biotecnologiche per societa' piu' piccole, alla ricerca di aumento dei ricavi. Tra le potenziali target, Alexion, Amylin, BioMarin, Rigel, Salix e Vertex, tutte societa' caratterizzate da vantaggi strategico competitivo e da un buon posizionamento in vari settori di nicchia. Tra i potenziali acquirenti Abbott Laboratories, Eli Lilly & Co, Bristol Myers Squibb e Forest Laboratories. Gli analisti di Credit Suiss prevedono differenze rilevanti tra la nuova ondata di M&A in Usa e in Europa. Infatti le societa' farmaceutiche americane dovranno affrontare grosse difficolta' dopo la scadenza dei brevetti farmaceutici, per cui sicuramente punteranno ad estendere l'operativita' nelle biotecnologie e in farmaci di nicchia; al contrario le societa' europee, abbastanza diversificate, cercheranno l'accesso diretto a nuovi investimenti, soprattutto in settori emergenti. red/alc anna.coluccia